Holy Priest
Holy Priest: hard techno, hard dance e un progetto che supera i generi
Holy Priest è uno dei progetti più riconoscibili della nuova scena hard internazionale. Maschera bianca, croce nera e un’identità visiva impossibile da confondere accompagnano una musica che, partita dall’area techno, negli anni ha progressivamente assorbito hardstyle, rawstyle, hardcore e neo rave.
Per questo oggi definirlo semplicemente un DJ hard techno racconta solo una parte della storia.
La crescita di Holy Priest è legata proprio alla capacità di attraversare scene differenti senza perdere una propria identità. Produzioni sempre più veloci, collaborazioni con artisti provenienti da mondi diversi, la piattaforma FXCK e lo sviluppo di The Holy Shit Show hanno trasformato il progetto in qualcosa che va oltre il classico percorso di un producer techno.
Dietro un’immagine estremamente definita c’è, paradossalmente, una musica che sembra avere sempre meno interesse per le definizioni.
Dalla techno a un sound sempre più personale
Le prime produzioni pubblicate da Holy Priest risalgono al 2020, con tracce come Unus e Duo, seguite successivamente da Quattuor. In questa prima fase il legame con la techno è ancora evidente, ma il percorso cambia velocemente.
Già Lost, realizzata con Ian Crank, mostra una direzione più complessa: alla struttura techno vengono affiancati screech di derivazione hardstyle, influenze psy trance e una componente vocale ipnotica.
Non è ancora il Holy Priest degli anni successivi, ma alcuni degli elementi che diventeranno centrali nel progetto sono già presenti.
Con Atomic Bomb e soprattutto Rave Penetrator il suono diventa progressivamente più duro e veloce.
Proprio in occasione di Rave Penetrator, Holy Priest ha definito la propria musica attraverso tre parole: hard, driving and meaningful. Un modo semplice per descrivere un approccio che punta sull’impatto, ma senza considerare la potenza del kick come unico elemento importante.
Il suo metodo di produzione parte spesso da un’idea molto precisa. Può essere una voce, un’emozione oppure un kick. Una volta individuato il centro della traccia, struttura e suoni vengono costruiti intorno a quella direzione.
Holy Priest ha anche raccontato di non essere particolarmente interessato a rendere le produzioni inutilmente complicate. Preferisce elementi riconoscibili, organizzati in maniera chiara e capaci di mantenere alta la tensione.
In Rave Penetrator questa ricerca passa anche attraverso il recupero di alcune sensazioni della musica rave degli anni Novanta, reinterpretate con una produzione contemporanea.
La maschera e l’immaginario di Holy Priest
L’identità visiva è parte integrante del progetto.
Maschera, croce, abbigliamento e nome non sono semplicemente elementi promozionali aggiunti alla musica. Holy Priest ha spiegato di voler costruire qualcosa di fuori dall’ordinario, con una componente quasi surreale capace di accompagnare le atmosfere più oscure delle sue produzioni.
Il contrasto è evidente già nel nome: l’immaginario legato al sacro incontra una musica fisica, veloce e spesso estremamente aggressiva.
Con il tempo, però, anche questo lato del progetto si è evoluto.
L’estetica dark è rimasta, ma la comunicazione ha iniziato a utilizzare sempre di più ironia, provocazione e autoironia. Holy Priest gioca con il proprio personaggio, con il pubblico e con molti dei cliché che circondano la scena hard contemporanea.
È uno degli aspetti che lo distingue da tanti progetti costruiti esclusivamente intorno all’idea di durezza.
Sul dancefloor il linguaggio può essere brutale. Fuori dal dancefloor, Holy Priest non sente invece il bisogno di prendersi sempre troppo sul serio.
Shitty Kicks, No Balance e l’incontro tra scene differenti
Con l’aumento della velocità e delle collaborazioni cambia anche il modo in cui Holy Priest può essere collocato musicalmente.
L’EP Shitty Kicks spinge ulteriormente sull’impatto dei kick e su strutture pensate per funzionare immediatamente in pista. Da quel momento le connessioni con hardstyle, rawstyle e hardcore diventano sempre più frequenti.
No Balance, realizzata con Manji, è una delle tracce più rappresentative di questa evoluzione.
Qui il confine tra hard techno e hard dance diventa decisamente sottile. Velocità, struttura e sound design guardano apertamente verso hardcore e neo rave, anticipando una direzione che Holy Priest continuerà ad approfondire.
A questa fase appartengono anche collaborazioni con nomi come Bloodlust, Zatox, Lil Texas, Krowdexx, Dimitri K e D-Sturb.
Artisti provenienti da scene diverse, ma accomunati da una stessa idea di energia.
Ed è proprio attraverso queste collaborazioni che diventa sempre più difficile parlare di Holy Priest utilizzando una sola etichetta. Non si tratta semplicemente di un producer techno che occasionalmente entra in altri territori: la contaminazione diventa progressivamente una caratteristica stabile del progetto.
FXCK GENRES: quando le etichette iniziano a stare strette
FXCK rappresenta un passaggio importante in questa storia.
La piattaforma diventa uno spazio nel quale Holy Priest può sviluppare la propria musica senza essere obbligato a rispettare i confini tradizionali tra le diverse scene hard.
Il concetto trova la sua espressione più evidente in FXCK GENRES.
Già il titolo dice molto della direzione scelta.
Le collaborazioni coinvolgono artisti come Coone, Nico Moreno, Warface, Catalyst, Krowdexx, Rebelion, Sullivan King e KISTENBRÜGGER. Nomi che arrivano da hard techno, hardstyle, rawstyle e da altre aree della musica elettronica più estrema.
Più che cercare un nuovo sottogenere, Holy Priest sembra quindi mettere in discussione la necessità stessa di doverne scegliere uno.
È anche il motivo per cui la sua evoluzione non appare come un cambio improvviso di stile. Elementi provenienti da hardstyle e trance erano già presenti nelle produzioni dei primi anni del progetto. Con FXCK GENRES quella tendenza semplicemente diventa esplicita.
La techno resta parte del DNA di Holy Priest, ma non rappresenta più un confine.
Vielleicht Vielleicht e l’apertura verso un pubblico più grande
Un altro momento importante arriva con il remix di Vielleicht Vielleicht di MilleniumKid e JBS, realizzato insieme a elMefti.
Il brano raggiunge un pubblico enormemente più ampio rispetto a quello normalmente legato alla hard techno e supera i cento milioni di ascolti su Spotify.
Il dato è significativo non soltanto per le dimensioni raggiunte dalla traccia.
Vielleicht Vielleicht mostra quanto un linguaggio sonoro estremamente duro possa uscire dal proprio ambiente naturale quando incontra una componente melodica e vocale capace di parlare anche a un pubblico differente.
Holy Priest non deve ammorbidire la propria identità per farlo.
È invece il materiale esterno a essere assorbito nel suo linguaggio.
Questo tipo di contaminazione contribuisce a spiegare perché il progetto sia riuscito a crescere anche oltre il pubblico tradizionale della scena hard techno.
The Holy Shit Show e la dimensione live
Parallelamente alla musica cresce anche tutto ciò che circonda il DJ booth.
Holy Priest entra nei cartelloni di grandi festival internazionali, mentre visual, personaggio e rapporto con il pubblico assumono un peso sempre maggiore.
The Holy Shit Show rappresenta il risultato più evidente di questa evoluzione.
Non è semplicemente il nome applicato a una serata, ma un concept nel quale DJ set, visual, simboli, personaggi e community vengono inseriti nello stesso universo.
La parte visiva viene sviluppata insieme alla musica, con contenuti pensati per specifiche tracce, transizioni e situazioni che riprendono anche l’ironia utilizzata nella comunicazione del progetto.
È un modo di intendere il live che rispecchia bene ciò che Holy Priest è diventato.
L’energia del dancefloor resta centrale, ma attorno viene costruita un’esperienza riconoscibile ancora prima che inizi la musica.
È anche per questo che un artista come Holy Priest trova una dimensione naturale in un club come il Bolgia, dove negli anni techno e sonorità più dure hanno continuato a evolversi insieme al pubblico. In questo contesto, il suo sound fotografa bene una fase della musica elettronica nella quale i confini tra hard techno, hardstyle e hardcore sono diventati molto più permeabili rispetto al passato.
Holy Priest oggi
Holy Priest appartiene a una generazione per cui le vecchie divisioni tra scene sembrano avere sempre meno importanza.
Partire dalla hard techno per descriverne il sound ha ancora senso. Fermarsi lì, molto meno.
Produzioni, collaborazioni e live mostrano ormai un progetto capace di utilizzare hard techno, hardstyle, rawstyle, hardcore e neo rave come parti dello stesso vocabolario.
FXCK offre lo spazio per far convivere questi mondi. FXCK GENRES ne esplicita la filosofia. The Holy Shit Show porta la stessa idea fuori dallo studio e la trasforma in spettacolo.
Nel mezzo rimane una caratteristica fondamentale: Holy Priest continua a essere immediatamente riconoscibile.
Ed è probabilmente questo il risultato più interessante del suo percorso. Mentre la musica attraversa generi differenti e ne mescola continuamente i linguaggi, l’identità artistica di Holy Priest diventa sempre più definita.
